PENSO, DUNQUE CONO

Il gelato è nato con la necessità di conservare i cibi. Quando ancora non c’era la refrigerazione artificiale, occorreva accontentarsi di quella naturale. Cercando di prolungarla il più possibile. La conservazione della neve fu all’inizio, ed a lungo, l’unico sistema praticabile. Poi, nel 500, si scoprì che aggiungendo alla neve del sale marino o del salnitro si raggiungeva il punto di congelamento, e tutto era più semplice. Dal ghiaccio al gelato, è stato un crescendo. Oggi per gelato intendiamo un alimento (perché tale va considerato) fatto con latte, uova, zucchero, frutta se del caso, ed aria. Noi italiani ne facciamo fuori 12 chili a testa all’anno, per un totale di 322.000 tonnellate. Il gelato artigianale è come il maiale: non si butta via niente. A operazioni ultimate, di un cono gelato non resta traccia, se non sugli abiti (in tal caso dicasi “macchia”, generalmente corredata da imprecazioni se a prodursela è un adulto, e da aspri rimproveri se è un bambino). E – più spesso – sulle dita, che restano appiccicaticce, e reclamano acqua e/o kleenex. Far sparire integralmente un cono gelato ci sembra un’operazione ovvia, oltre che estremamente gradevole: ma non è stato sempre così. Se, fino alla fine del 1800, aveste provato a mangiarvi il cono che accoglieva il vostro gelato, sareste finiti dal dentista, o al pronto soccorso: perché i coni erano o di metallo, o di carta pressata.

Il primo cono commestibile è datato 1888. Non si sa chi l’abbia inventato, mentre invece sappiamo chi ce l’ha fatto sapere: la scrittrice di cose culinarie Agnes Marshall. Assai conosciuta nel proprio paese, la Gran Bretagna, Mrs Marshall pubblicò quell’anno la ricetta del “cornetto con crema”, precisando che “i cornetti sono fatti con mandorle, e cotti al forno”. Quest’intraprendente signora inglese progettò addirittura una macchina per fare i gelati. A scorno degli italiani, che hanno sempre vantato una sorta di primogenitura per tutto quanto attiene all’arte del gelato.

A parziale riscatto, il niuiorchese Italo Marconi, di non dissimulabili origini italiane, riuscì a registrare nel 1903 il brevetto per qualcosa che pare somigliasse molto al cono gelato. E che lui commercializzava fin dal 1896. Ad onta di questi dati, tutti verificati e verificabili, da molte parti si continua a indicare, come patria del cono, St. Louis, nel Missouri. Sede di una bella storia di solidarietà tra individui di etnie diverse, ma non per questo necessariamente vera. Dunque: St. Louis, 1904, Louisiana Purchase Exposition. Il pasticciere siriano Ernst Hamwi sta vendendo la sua “zalabia”, una pasta croccante simile al wafer intinta nello sciroppo, quando gli arriva la richiesta d’aiuto di un venditore di gelati sistemato col suo banchetto proprio lì accanto. Il gelataio di gelato ne ha (ancora) da vendere, ma non può farlo; ha finito i contenitori. Il siriano non si perde d’animo, e corre in suo aiuto con massicce dosi di zalabia: arrotolata in forma conica, rappresenta in effetti un’egregia soluzione.

Il gelataio lo ringrazia. Ma dovrebbe essere il suo salvatore – il pasticciere siriano - a ringraziare, perché il bisogno del vicino gli ha fatto venire un’idea che lo renderà ricco: il cono. Nel 1928 l’ormai ex pasticciere possiede numerose aziende che sfornano coni a ciclo continuo. E siccome (quasi) tutto quello che si fa a mano prima o poi viene fatto a macchina, fin dal 1912 nacquero le prime macchine arrotolatrici di coni. Il cono era insomma diventato parte integrante del gelato. Ma pure disintegrante: il gelato, per sua natura, tende a sciogliersi, e il cono (per lo stesso motivo: cioè per sua natura) a inzupparsi (ovvero, a infradiciarsi).

Ci voleva un’alzata d’ingegno: una trovata. A trovarla – manco a dirlo – fu nel 1959 un napoletano: un certo Spica, produttore di gelati. Costui trovò il modo di “isolare” il wafer dal gelato attraverso uno strato di olio, zucchero e cioccolato. La sua creatura la chiamò “cornetto”. Confezionato così, il cono tiene abbastanza bene: ma da qui a dire che è impermeabile, ce ne corre. Per la verità, ce ne scorre: tra le dita, sui vestiti, ecc. Per quanto tenga, infatti, non c’è cono che tenga troppo a lungo: anche in considerazione del fatto che l’italiano – lo dicono le statistiche – ci mette in media più di sette minuti a consumare il proprio gelato. Un tempo che, alle temperature estive, è un’eternità. A salvarci tutti è stata un’azienda salernitana che ha brevettato un cono munito di salvagoccia: una specie di bavaglino in grado di raccogliere le gocce di gelato sciolto, e di convogliarle, invece che sulle dita del degustatore, all’interno del cono, mediante avveniristiche “asole di drenaggio”. Il salvagoccia è fatto della stessa pasta di cui è fatto il resto del cono: per cui finisce mangiato anche lui. Ma muore contento di essersi sacrificato per il bene dell’umanità. Per lo meno di quella in vacanza.